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Piccoli assessori crescono…

Contributo al dibattito Se le elezioni sono una vetrina attraverso la quale il ceto politico, nelle sue varie sfaccettature, cerca di vendere le sue “ricette” a un elettorato sempre più stanco e disilluso, sono proprio le elezioni amministrative a darci la misura esatta della degenerazione e delle miserie del “mercato” elettorale nella sua forma più elementare.
Decine di liste, centinaia di candidati, fronti che si scompongono e si ricompongono attorno a improvvisati quanto poco credibili leaders, conversioni e riconversioni di politici che scoprono, a pochi giorni dalla scadenza del proprio mandato, che passare al campo avverso (anche se fa male alla credibilità) allunga la vita politica propria e dei propri clienti, soldi buttati a palate in tonnellate di manifesti dai quali, facce sorridenti e ammiccanti, cercano di convincerci della bontà e della necessità di acquistare i prodotti sponsorizzati.
Un esercito di “dilettanti allo sbaraglio” (utile contorno di tanti navigati professionisti) che tenterà di farci dimenticare che i veri centri del potere locale (così come di quello nazionale, europeo, mondiale) non stanno nelle stanze dei consigli comunali e provinciali ma nei potentati finanziari, nei comitati di affari, nelle cosche che governano (loro si) l’economia, il denaro, la vita reale dei “cittadini elettori”.
Politica virtuale fatta di spot pubblicitari e di finti dibattiti che, per qualche settimana, animeranno le piazze e i teatri di decine di città e riempiranno le pagine dei giornali locali. Politica apparente fatta di chiacchiere e pubblicità ingannevole per esorcizzare la politica vera: che è lotta di classe a partire dai bisogni dei “cittadini lavoratori”, organizzazione autonoma da chi si pone in conflitto con i nostri diritti e le nostre aspirazioni, rifiuto di ogni delega che non sia quella data ai propri compagni di battaglia riconosciuti dirigenti nell’esperienza e nella pratica di ogni giorno.
Passata la sbornia, chiunque vincerà, i beni e i servizi di pubblica utilità rimarranno nelle mani dei privati e continueranno a essere fonte e occasione di guadagno per i soliti noti. Le poche risorse rimaste continueranno a essere sperperate in lucrosi quanto inutili consulenze o in gite “fuori porta” per illustrare le meraviglie della propria città in lontane nazioni, non ci saranno case popolari e nemmeno assegni di disoccupazione, le scuole saranno lasciate al degrado e gli immigrati continueranno a morire nel centri di detenzione. Non ci saranno asili comunali e nemmeno centri per anziani, ne libri gratis per chi ha voglia di studiare, ne trasporti efficienti e a buon mercato.
Nessuna delle forze in capo avrà interesse a rompere le logiche e gli equilibri di un sistema in cui pochi privilegiati vivono sulle spalle e il lavoro di tanti, perché questo significherebbe mettere quei privilegiati nella condizione di dover pagare tasse che non hanno mai pagato o di rinunciare a rendite che non hanno mai meritato.
PDL e PD (senza elle), e le rispettive truppe cammellate che si contendono i favori dell’elettorato, apparentemente diversi e divisi nelle ricette proposte, si ritrovano uniti nel comune obiettivo di garantire lo status quo, mantenere in vita questa società basata sullo sfruttamento e la miseria dei molti, riaffermare il primato del profitto privato su quel poco di intervento pubblico sopravvissuto a lunghe stagioni di liberismo rampante, mantenere efficienti – sul piano locale – gli apparati burocratici che garantiscono che il capitale in tutte le sue espressioni continui ad essere valorizzato.
Cosa dovrebbero fare i comunisti (che decidano o meno di partecipare alla gara elettorale con una propria lista è secondario) se non denunciare e smascherare tale ignobile sceneggiata?
Approfittare dell’occasione per spiegare i meccanismi falsamente democratici di un sistema che ti concede un solo diritto: quello di decidere una volta ogni tanti anni quale frazione della classe che ti toglie il pane, la salute, il lavoro e ti fa pagare perfino l’acqua che bevi, dovrà governarti e vessarti negli anni a venire.
Organizzare il consenso (non solo il voto) attorno a un programma anticapitalistico che, partendo dai problemi reali degli strati sociali di cui i comunisti hanno la presunzione di essere avanguardia, imponga il confronto sulle soluzioni possibili al di fuori dei vincoli del mercato e degli interessi dei padroni.
Contrapporre alla democrazia borghese – ormai nemmeno più formalmente egualitaria (una testa-un voto) – la democrazia reale, nella convinzione che solo l’organizzazione e la lotta degli sfruttati può cambiare lo stato di cose esistente.
Sfruttare ogni occasione per riaffermare la propria “diversità”, la propria autonomia politica dallo schieramento avverso, cercando di strappare al nemico non voti ma donne e uomini disposti a riconoscersi in un programma antagonista che non combatta (solo) le conseguenze ma individui (soprattutto) le cause prime che producono l’ingiustizia sociale.
Che c’entrano, allora, con tutto questo le decine di accordi che vedono il partito dei rifondaroli (dei bertinottiani non parliamo visto che hanno avuto il buon senso di non dichiararsi più comunisti) alleati con il PD?
Che centrano i comunisti con i candidati-assessori all’interno delle giunte di centrosinistra che da Urbino a Caltanissetta – (a Forlì e a Cesena ndr) passando per la Bologna dove il cofferatismo (senza Cofferati in rotta verso più sereni lidi) cerca di riconfermarsi e riconfermare le sue “sinistre” politiche – invitano a votare i sindaci del PD senza neanche la foglia di fico di programmi almeno sulla carta “avanzati”?
Che c’entrano i comunisti con “il voto utile per battere la destra” e per “governare” (assieme al PD) le articolazioni locali dello stato borghese dentro i vincoli e i programmi che le finanziarie “lacrime e sangue” continueranno a imporre?
La verità è che, nonostante la batosta elettorale delle ultime politiche, nonostante i danni (ci sarà pure un motivo per cui gli operai votano Lega) prodotti da anni di subordinazione ai governi “amici” e alle politiche antipopolari di quella parte della borghesia che è progressista solo nella misura in cui riesce meglio a far accettare sacrifici e perdite di diritti ai propri alleati di sinistra, Rifondazione continua a caratterizzarsi per quello che è sempre stata: un partito profondamente e ideologicamente inquinato dalle logiche opportuniste la cui massima aspirazione è quella di cogestire l’esistente provando (nel migliore dei casi) ad “attenuare il danno” che quella stessa cogestione produce e condannando comunque i propri elettori al ruolo di servi sciocchi dei loro stessi padroni.
Gli assessori di rifondazione – quelli che non si sono dimessi dopo il congresso dell’“orgoglio comunista” che ha cacciato i capri espiatori di una politica assieme condivisa e quelli che aspirano a diventarlo – tenteranno di svolgere il ruolo loro delegato in cambio di qualche modesta prebenda (si sa le sedi costano e nessuno più dentro quel partito ha voglia di mettere le mani al portafoglio): Copertura a sinistra delle politiche liberiste, ammortizzatore politico delle tensioni sociali, collettore di voti e di consensi, con l’uso di una simbologia e una fraseologia antagonista (perfino rivoluzionaria), per carpire suffragi che poi verranno usati per alzare il prezzo col quale vendersi al governo o alle amministrazioni “amiche”.
Non è colpa loro. E’ nel momento in cui maggiormente si dispiega l’opera di corruzione ideologica e politica della borghesia che si svela il carattere di una forza politica antagonista. E la natura di classe piccolo-borghese di quel partito, di quei dirigenti (e gregari) alla ricerca disperata di una promozione sociale e di un ruolo per il quale sono disposti a accettare qualsiasi compromesso, non può che prendere il sopravvento.
Un partito di piccoli assessori che sognano il posto di deputati e ministri e il ritorno dei bei tempi passati quando, sotto il benevolo sorriso di Prodi, si regalavano vagonate di soldi ai padroni e si cacciavano i senatori pacifisti. … al canto di bandiera rossa … ovviamente.
E qualcuno vorrebbe anche votarli.
Intervento di Mario Gangarossa – 19 maggio 2009
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