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GOVERNINO I LAVORATORI, NON I BANCHIERI E I CAPITALISTI

Siamo l’unico partito della sinistra che non ha sostenuto quel Governo Prodi che ha spianato la strada a Berlusconi: dunque l’unico partito della sinistra che non ha votato missioni di guerra, il regalo di dieci miliardi alle banche, le leggi di precarizzazione del lavoro e l’aumento dell’età pensionabile; e che anzi, ostinatamente si è opposto con le proprie forze a tutto questo. Insomma, siamo l’unico partito della sinistra che non ha mai venduto le ragioni dei lavoratori in cambio di ministeri e ruoli istituzionali; e che per questo è all’opposizione di quelle giunte di centro-sinistra che amministrano gli interessi dei poteri forti (col voto delle cosiddette sinistre “radicali”)

Siamo oggi l’unico partito della sinistra che avanza una concreta proposta di unità di lotta contro il Governo reazionario di Berlusconi per la sua cacciata.
Il PD “critica” Berlusconi, ma non esercita un’opposizione reale: al punto da sostenere l’accordo tra Berlusconi, Confindustria, Cisl, Uil, contro i salari dei lavoratori, e di appoggiare un referendum elettorale scandaloso che darebbe il 55% del Parlamento al partito di maggioranza relativa.
L’ex Ministro Di Pietro “denuncia” quotidianamente a Berlusconi, ma vota la truffa del federalismo fiscale (meno servizi, più tasse più disuguaglianza) e l’aumento dell’orario di lavoro in sede europea.
Le sinistre degli ex Ministri Ferrero, Diliberto, Salvi, e del governatore Vendola – ieri unite al sostegno di Prodi, oggi divise e in disarmo – contestano Berlusconi e Confindustria, ma non avanzano alcuna proposta di mobilitazione reale per piegarli.
Noi avanziamo a tutte le sinistre e a tutti i sindacati non compromessi con Berlusconi la proposta di una lotta vera, unitaria, radicale, di massa, che raccolga il vento di ribellione che soffia tra i lavoratori europei, che abbia carattere continuativo, che si combini con l’occupazione delle aziende che licenziano, che punti apertamente non a partecipare, ma a vincere. Perchè solo una ribellione sociale può strappare risultati concreti per i lavoratori. Rivendichiamo come obiettivi unificanti:

• il blocco generale dei licenziamenti
• la ripartizione fra tutti del lavoro che c’è, in modo che nessuno ne sia privato (con la riduzione progressiva dell’orario a parità di paga).
• un aumento salariale per i lavoratori dipendenti di almeno 300 euro netti mensili e l’introduzione di un salario minimo intercategoriale di almeno 1.500 euro netti mensili
• un’indennità di disoccupazione di almeno 1.000 euro netti mensili detassati per coloro che cercano lavoro
• l’assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari, con la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione
• il permesso di soggiorno per tutti i lavoratori immigrati
• lo sviluppo di un grande piano di opere pubbliche di utilità sociale (a partire da scuola, sanità,risanamento edilizio e ambientale…) sotto controllo operaio e popolare.

A pagare queste misure siano i 30 miliardi di spese militari; gli scandalosi privilegi del Vaticano (6 miliardi ogni anno con l’esenzione di Iva e Ici); i privilegi della cosiddetta casta politico-istituzionale; e soprattutto quelle grandi ricchezze di banche, grandi imprese, assicurazioni che i governi di centro-sinistra e centro-destra hanno ingrassato per vent’anni. Paghi chi non ha mai pagato!

Siamo l’unico partito della sinistra che rivendica la nazionalizzazione delle banche e delle imprese che licenziano, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori. Grandi imprese e banche hanno goduto per vent’anni delle regalie pubbliche di quegli stessi governi che tagliavano stipendi, posti di lavoro, pensioni, servizi. Ora che il castello delle loro truffe è crollato, ricevono l’aiuto di nuove enormi regalie pagate dalle loro vittime. Noi diciamo: basta ipocrisie! Alla nazionalizzazione dei debiti di capitalisti e banchieri bancarottieri, contrapponiamo la rivendicazione dell’esproprio delle loro proprietà; la liberazione delle risorse loro desinate in direzione di protezioni sociali, sanità, istruzione, ambiente; una riorganizzazione radicale dell’economia attorno al primato delle domande sociali, secondo un piano democraticamente definito.

Siamo l’unico partito della sinistra che rivendica la prospettiva del governo dei lavoratori, quale unica vera alternativa. Le classi sociali che hanno governato l’Italia, l’Europa, il mondo, hanno fallito. La promessa di un capitalismo capace di prosperità e di pace si specchia oggi in una realtà opposta: miseria, disoccupazione, devastazione ambientale, negazione dei diritti dei popoli oppressi (a partire dal popolo palestinese), nuove guerre per il petrolio e le materie prime. Non saranno i banchieri, i grandi capitalisti, i loro partiti e governi che potranno dare un futuro diverso alle nuove generazioni. Solo un governo del mondo del lavoro che cacci le vecchie classi dirigenti può aprire la via di un mondo nuovo, senza oppressione e sfruttamento. Entro un’organizzazione della società in cui ogni scoperta della scienza e della tecnica sia finalizzata al progresso umano, e non a scopi distruttivi e di lucro.

Siamo l’unico partito della sinistra che rivendica la prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d’Europa. La UE dei capitalisti e delle banche che per vent’anni ha imposto ai lavoratori e ai giovani europei sacrifici enormi, non è riformabile. Quelle sinistre che in tutto il continente hanno predicato la possibilità di un’Europa capitalista “sociale e democratica”, salvo votare ciclicamente le politiche anti operaie dei suoi governi, hanno ingannato i lavoratori europei. Una nuova Europa può nascere solo dal rovesciamento del capitalismo europeo. Può nascere solo dall’unificazione delle lotte di massa del vecchio continente attorno al progetto di un’Europa socialista che consegni il potere al mondo del lavoro.

Il PCL è impegnato in ogni lotta parziale, in ogni movimento di massa (sociale, ambientale, anti clericale, antimperialista, democratico, di genere) per sviluppare questa prospettiva generale. Ogni voto al PCL è un rafforzamento della lotta per questa prospettiva. E’ un voto utile all’unica causa che risponde all’interesse generale del mondo del lavoro e di tutti gli oppressi: quella della propria liberazione.

NON DISPERDERE IL TUO VOTO.
VOTA PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI: LA SINISTRA CHE NON TRADISCE



Critiche alla farsa della lista GOMunista di Diliberto-Ferrero-De Vita-Salvi che chiamano impropriamente “anticapitalista”!

articolo del gruppo Militant
La cosiddetta sinistra radicale, dopo aver dilapidato ogni credibilità di fronte ai lavoratori di questo paese, è oggi in fibrillazione per via della soglia di sbarramento del 4% introdotta dalla legge elettorale per le europee. Il superamento di questa soglia sarà essenziale, oltre che per l’elezione di qualche eurodeputato, anche per poter accedere ai rimborsi elettorali che, dopo il meritato tracollo delle politiche, sono diventati indispensabili per tenere in vita dei partiti arrivati economicamente alla canna del gas. Stando agli ultimi sondaggi (leggi) c’è la concreta possibilità che nessuna delle due liste riesca nell’obiettivo mettendo così fine all’agonia di organizzazioni che hanno da tempo smarrito la loro ragion d’essere. O comunque si tratterà al più di micro partiti confinati nel campo della testimonianza residuale. Su questo scenario e sulle sue possibili implicazioni abbiamo già scritto e torneremo a farlo. Non è però questo quello che ci premeva sottolineare oggi. Ammettiamo pure che la Lista Comunista (PRC+PdCI+Salvi+De Vita), l’unica delle due che al momento sembra poter nutrire qualche speranza, centri il bersaglio… cosa accadrebbe in tal caso? Innanzitutto c’è da dire che si tratterebbe, anche nelle migliori delle ipotesi, di pochi punti percentuali sopra l’asticella del 4%, il che equivarrebbe a 3 o a 4 europarlamentari a seconda che il risultato si attesti sotto o sopra il 4,6%. E sapete quanti di questi sarebbero espressione del mondo del lavoro, dei movimenti di lotta o dell’associazionismo? Nemmeno uno. A dispetto dei proclami e delle buone intenzioni profusi a piene mani dopo lo sfacelo delle politiche i 3 o 4 deputati sarebbero (saranno) esclusivamente espressione di un ceto politico che sta cercando disperatamente di ricollocarsi. Per giungere a tali conclusioni non serve certo la sfera di cristallo, basta leggere le liste dei candidati. Qualora venga superato il quorum le circoscrizioni che esprimeranno un deputato sono quella del Centro-Italia, quella del Nord-Ovest e quella del Sud, a cui si aggiungerebbe un eletto del Nord-Est nel caso di una percentuale superiore al 4,6. E chi sono i candidati forti in queste circoscrizioni? Al Nord-Ovest c’è Vittorio Agnoletto (indipendente in quota Ferrero). Al Nord-Est Oliviero Diliberto (segretario del PdCI), dietro cui sgomitano Alberto Burgio (PRC quota Grassi) e Lidia Menapace (PRC quota Ferrero). Al centro nuovamente Oliviero Diliberto con dietro di lui Fabio Amato (PRC quota Ferrero). Al sud Michelangelo Tripodi (PdCI quota Diliberto). E nessuno di questi, al di la della sua rispettabilità o meno, rientra nell’identikit sociale descritto sopra. Ma c’è di più. A ben vedere chi ne uscirebbe comunque sconfitto sarebbe il segretario di Rifondazione, Ferrero, e la sua componente all’interno del partito. E anche in questo caso si potrebbe far benissimo a meno della sfera di cristallo. Immaginate uno scenario del genere:
Nord-ovest
1° eletto Vittorio Agnoletto
Nord-est
1° eletto Oliviero Diliberto
Centro-Italia
1° eletto Oliviero Diliberto
Sud
1° eletto Michelangelo Tripodi
Se la percentuale garantisce 3 eletti, allora due di questi saranno del PdCI (Diliberto e Tripodi) ed il terzo un indipendente (Agnoletto). Se invece dovesse miracolosamente uscire fuori il quarto eletto allora Diliberto dovrà scegliere fra la circoscrizione del Nord-est, dove per il secondo posto se la giocano Burgio e Menapace. Oppure quella del Centro-Italia, dove presumibilmente arriverà secondo Fabio Amato. Scommettiamo che se Burgio arriva secondo il segretario del PdCI segherà Fabio Amato? E così al parlamento europeo si ritroverebbero un indipendente, un grassiano e due comunisti italiani. Con buona pace dell’ingenuo Ferrero che sembra proprio essersela fatta intortare ben bene e che pur rappresentando la componente maggioritaria di quel che resta del PRC ha regalato a Grassi e soci: l’organizzazione, la tesoreria e gli eventuali eletti. Ossia, il partito. Questo fatto, che comprendiamo bene non potrà che annoiare chi campa del proprio lavoro, non fa che rafforzare quei rumors che parlano di un patto trasversale tra dilibertiani e grassiani pronti a ritraghettare un ipotetico “miniPCI” nato dalle ceneri di PRC e PdCI nelle più confortevoli acque di un approdo centrosinistro. Ossia pronti, dopo un po’ di moine identitarie che tanto piacciono alla base in buonafede, a stringere nuovamente accordi col PD. A ben vedere, dunque, per i lavoratori di questo paese le alternative sembrano due ma in realtà è una sola: o sparisce immediatamente ciò che resta della cosiddetta sinistra radicale istituzionale, oppure si estinguerà più lentamente tenuta in vita per un po’ dalla respirazione bocca a bocca dei dalemiani del PD. Ma allora non converrebbe forse che si facesse chiarezza subito, magari per costruire davvero qualcosa di diverso? Ai posteri (e agli elettori) l’ardua sentenza.

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